
L'autore rivela il tentacolare fascino insito nella sintassi E confessa una costernata quanto insolubile condanna alle combinazioni alfabetiche.
L’altra sera un vecchio, che m’è parso gracile forse per la futilità del suo agire, s’affaticava a sgombrare l’apertura di una fogna dalle foglie che l’ostruivano. Nel mentre ch'era di passeggio sopra un pomeriggio da riempire, l’occhio deve essersi imbattuto nel pozzetto, così confidando di fare il bene, immobile nel fluire ingeneroso d’uomini e d’auto all’intorno, s’è concesso i minuti per riordinare quella moltitudine d’albero messa a seccare dall’estate. Manovrava il bastone col quale si sorreggeva per disperdere le foglie in mucchietti e s’industriava con un impegno che m’ha fatto sanguinare per un paio d’ore almeno.
Alcuni personaggi di pubblico dominio, i medesimi affittuari dei rettangoli con le didascalie nei giornaletti da parrucchiera, con specifico riferimento ai detentori d’una carriera meteoritica oppure ai bellimbusti e alle dive del disco e della pellicola, non sempre appaiono detestabili a priori.
Tuttavia il razzolare invadente della moltitudine, il vagabondare del pettegolezzo bocca a bocca, l’imbarazzante corteggiamento dell’ensemble degli strumenti di comunicazione a vantaggio di individui sovente garanti della doppia laurea in "né arte né parte" e "né verso né creanza", ingenera nel sottoscritto uno spasimo insopprimibile di avversione, di insofferenza, di riluttanza, peraltro scevro da qualunque sfumatura d’invidia, ed innesca una reazione disgraziatamente ristretta, causa l’impossibilità di tramutarla in altre forme efficaci di rappresaglia, entro i limiti del vituperio, del malaugurio e degli spregi all’indirizzo di tubi catodici e carta stampata.
Se l’essere umano avvertisse effettivamente la volubilità spericolata della propria volontà e la spregiudicata suscettibilità d’umori cui è asservito, il trasformismo insito nelle proprie pulsioni emotive esposte all’esame temporale, l’inclinazione a violare finanche il personale vangelo ideologico, forse revisionerebbe il proprio sfacciato approccio all’esistenza.
E se l’essere umano percepisse integralmente l’imprevedibile precarietà della propria apparizione terrena, il proprio posizionamento esistenziale in balia del caso nonché accerchiato da forze naturali e ritmi biologici che malgrado un conflitto millenario è lontano dal padroneggiare, la vacuità del proprio mai abiurato antropocentrismo sotto il cui vessillo destruttura e ristruttura il pianeta, forse formulerebbe un'alternativa falsariga di vita.
Forse si asterrebbe dal conclamare l’incontestabile durevolezza delle proprie alleanze d’affetti, dal programmare stolidamente il domani estromettendo la variabile dalla sua pianificazione, dall’avvalorare come ovvio l’incerto, scortato all'opposto dalla consapevolezza che niente è eterno, ad eccezione della morte, forse, della sofferenza, e di rarissime forme d'amore.
